Caro bene, spiegata bene

“Caro bene”, come diciamo noi, è una canzone scritta da Giovanni Boccaccio tra il ’39 e il ’43 del 1300 e comunque dopo l’epidemia di peste nera che si diffuse in Europa. In quei dieci giorni – Decameron vuol dire più o meno quello “dieci giorni” – dieci ragazzi si rifugiano fuori Firenze per evitare il contagio, diremmo oggi. Nell’opera sono contenute cento novelle suddivise in dieci giornate, ciascuna giornata si chiude con una canzone. “Caro bene”, come diciamo noi, è la canzone che conclude le settima giornata. Ecco il testo che scrisse lui:

CANZONE 7°GIORNATA

Deh lassa la mia vita!
Sarà giammai ch’io possa ritornar
donde mi tolse noiosa partita?Certo io non so, tanto è ‘l disio focoso,
che io porto nel petto,
di ritrovarmi ov’io, lassa, già fui.
O caro bene, o solo mio riposo,
che ‘l mio cuor tien distretto,
deh dilmi tu, ché ‘l domandarne altrui
non oso, né so cui.
Deh, signor mio, deh fammelo sperare,
si ch’io conforti l’anima smarrita.
Io non so ben ridir qual fu ‘l piacere
che sì m’ha infiammata,
che io non trovo dì né notte loco.
Per che l’udire e ‘l sentire e ‘l vedere
con forza non usata
ciascun per sé accese nuovo foco,
nel qual tutta mi coco;
né mi può altri che tu confortare
o ritornar la virtù sbigottita.
Deh dimmi s’esser dee e quando fia
ch’io ti trovi giammai
dov’io basciai quegli occhi che m’han morta;
dimmel, caro mio bene, anima mia,
quando tu vi verrai,
e col dir’Tosto’ alquanto mi conforta.
Sia la dimora corta
d’ora al venire e poi lunga allo stare,
ch’io non men curo, sì m’ha Amor ferita.
Se egli avvien che io mai più ti tenga,
non so s’io sarò sciocca,
com’io or fui a lasciarti partire.
Io ti terrò, e che può sì n’avenga;
e della dolce bocca
convien ch’io sodisfaccia al mio disire.
D’altro non voglio or dire:
dunque vien tosto, vienmi a abracciare,
ché ‘l pur pensarlo di cantar m’invita.

Un giorno di quarantena Igor Vazzaz ci chiamò per dirci che alla Scuola Normale di Pisa stavano organizzando una lettura collettiva del Decameron di Boccaccio che, per ovvi motivi, presentava dei caratteri di pertinenza con la nostra pestilenziale stagione.

Alla Normale, che sono più ganzi di quanto si pensi, si erano organizzati per passare quel tempo claustrale facendo una lettura collettiva a distanza. Funziona che assegnano a qualcuno un brano, questo chiunque sia – un professore, un passante, uno studente, un salumiere o un attore – ovunque esso sia lo legge davanti una telecamera e lo manda a chi lo impacchetterà per bene per poi essere pubblicato sulla pagina FB del progetto. Oltre alla lettura delle novelle hanno pensato che la canzone conclusiva di ogni giornata potesse essere affidata ad un gruppo o ad un artista. Una è toccata anche a noi e QUI si trova tutto quello che serve per approfondire.

Eravamo chiusi in casa come tutti e non avevamo neanche proprio tutto il necessario per registrare. Ci siamo messi a scrivere intorno a quel verso che è saltato subito fuori con una certa decisione:

O caro bene, o solo mio riposo,
che ‘l mio cuor tien distretto,
deh dilmi tu, ché ‘l domandarne altrui
non oso, né so cui.

Emergeva come un atollo dall’oceano, ed era proprio impossibile da non vedere in quelle luminosissime giornate di aprile. Ci mettemmo ognuno a casa sua con gli strumenti che più o meno accidentalmente si erano messi in macchina una delle ultime prove e di lì cominciammo. Ci trovavamo un paio di volte a settimana in chat, come ci si vedeva regolarmente prima della quarantena, ci si aggiornava sullo stato delle cose, della grande confusione che c’era, si beveva una birra a distanza, si ragionava del pezzo e se c’erano degli avanzamenti si faceva un ascolto. Ci si dava la buona notte ad un certo punto.

Le registrazioni vennero inviate ad Arturo Pacini che nella sua cameretta incominciò il lavoro di missaggio che poi sistemammo insieme prima di consegnarlo agli amici pisani.

Non eravamo esattamente noi, quel pezzo che pur gira su internet e lo potete vedere QUI, non l’abbiamo mai suonato una volta insieme e pure è lì. Lo abbiamo registrato con strumenti di fortuna, un microfono raccattato, le voci – come si vede dalla foto – dentro un armadio pieno di cuscini, abbiamo messo dei synth dove ci sarebbe stato bene un armonium, ma è lo stesso il pezzo era quello.

La musica è questa cosa qui, semplice semplice, due cose da mettere insieme, magari delle parole buone – lui era bravino – e delle persone che hanno voglia di stare insieme. Forse la musica è stare insieme.

Caro bene, magnifica la tua pertinenza e grandissima la tua compagnia. È stato un regalo che non dimenticheremo.

16
Giu
2020