È andata così.

N.B. È un articolo molto lungo, puoi cliccare su questo LINK per leggere meglio.

C’è qualcosa dentro di noi che è rimasto bambino. Non ricordo bene quando, anni fa, andammo a suonare al GOB di Viareggio. Una baracca tra le baracche, un’enclave artigianale dispersa in una no man’s land tra Viareggio e Torre del Lago, dove la palude non vale nulla perché lo sbrilluccichio del mare è troppo vicino e deprezza tutto il resto. Fatto sta che questo pezzo di terra di qualche chilometro appare come una via di mezzo tra abbandono e bellezza, tra la Lousiana e i Balcani. Scendiamo dal furgone, casa nostra non è lontana ma ora più che mai si capisce bene che ogni distanza è tale, e anche se millimetrica è importante, proprio adesso che non c’è nessuna abbondanza turbocapitalista a confonderci. Divano, cucina, divano, bagno, cucina, divano, terrazzo, divano, bagno, buonanotte, buongiorno, divano.

Si saluta ma si resta fuori per qualche minuto, c’è un fosso lì vicino e si va a guardare, qualcuno fuma una sigaretta interrogativa. La fila dei fabbricati condonati e ricondontati degrada in altre baracche che sono “le baracche” delle barche, o almeno lo erano. Ricoveri per le imbarcazioni utilizzate per andare sul lago – di Massaciuccoli – e nella relativa palude. Tutto finito. Facciamo due passi in questa terra délabré, su una strada piena di buche e cani lupo pronti a sbranarci, ma dietro ai cancelli son tutti bravi e essere cattivi. S’arriva ad un altro fosso, più grande e si capisce che quell’acqua è la stessa che lambisce Massarosa, da dove siamo partiti. Andiamo su Maps, verifichiamo la possibilità e la nostra ignoranza mentre nel frattempo si scarica gli strumenti e beviamo la classica birra di benvenuto.

C’è qualcosa dentro di noi che è rimasto bambino. “La prossima volta veniamo in barca”, brilla nella stanza come una granata mentre ci s’illumina il viso di una risata e di qualche sconsolato e usato scetticismo sull’impresa di turno che già dai primi secondi è chiaro che si farà.

C’è una via d’acqua che congiunge questo posto con casa nostra, la nostra sala prove: Rietto. Là dove parcheggiamo le nostre macchine scorre – poco – un fossetto, il Rietto appunto, con la medesima acqua putrida di Bicchio. Di là dal Lago suoniamo due volte a settimana le nostra musica.

I cento carabattoli che abbiamo portato si sistemano sul palco, soundcheck, birra, un panino, concerto, due chiacchere, smontare e tornare. È quasi mattina quando si arriva a Massarosa, si rimette a posto e si ragiona, lo spazio per raggiungere le nostre macchine e salutarci è già un sopralluogo. Bona.

Registriamo un disco nel frattempo e decidiamo di presentarlo proprio lì. Andremo in barca. Grandi discussioni, barche a motore, chiatte, rimorchiatori. Una specie di sbarco. Si briga un mucchio, ma la deroga per le barche a motore sul lago non ce la danno. Tutta questa zona è diventata Parco e mentre una volta si poteva navigare con motori fuoribordo a scoppio, ora zanzarine a batteria. Delle robe semigiocattolo che non inquinano ma che sono più adatte a Gardaland che per questo panorama perfetto per bracconieri, amanti e camorristi. Va be’, ci adattiamo ai motori a batteria e gli strumenti li portiamo il giorno prima. Un po’ di delusione e ammattimento andato perso perché sognavamo un po’ un’ “Apocalypse now” che non ci sarà e che sarebbe stata, lo vedrete, inopportuna. Gli americani hanno fatto anche tanti danni nel nostro immaginario. Viriamo ancora una volta sui Balcani che siamo più vicini.

Parte la ricerca delle barche, le batterie, i motori, i remi, i percorsi da fare, di andare in tanti o andare in pochi. Si moltiplicano i discorsi, le difficoltà ma anche le soluzioni. Troviamo Giampaolo, che sarà il capo spedizione, ed il più esperto del paese, troviamo le barche che ce le presta il Pucio, una amico di France’ il papà di Fabio. Per le batterie c’è da fare il giro dei paesi con la macchina, una specie di questua: Massì ne ha trovata una da un suo collega del Piano del Quercione, il Saba, l’idarulico cacciatore ce ne da due e un giubetto di salvataggio per chi non sa nuotare. Il padule è anche un posto pericoloso, in tanti ci sono rimasti. Da ragazzi ci impedivano di andare perché non tutti erano tornati. Noi ci s’andava uguale, a pescare nelle bilance, a fumare, a stare con gli amici. Passare le giornate nella trasgressione e in quella pericolosa bellezza fatta di desolazione.

Si fanno anche le riunioni. Una è sul manifesto del documentario, fatta al Bar Centrale di Quiesa dove gli entusiasmi erano cresciuti più che da altre parti e per questo saremo loro grati per sempre. Luca che è un ingegnere stampa una foto aerea della zona, ci disegna sopra un percorso, la mettiamo su un tavolo, facciamo delle ipotesi e un brindisi, delle liste di cose ancora da fare, abbiamo chiamato Nico il fotografo per documentare gli eventi, si decidono gli orari della partenza. Quel tavolo si allontana da tutto il resto, s’illumina. Nel dehors del bar decolla un’idea, siamo grandi con tutti quei problemi da risolvere che hanno i grandi, ma adesso non si sanno più, superiamo gli imponenti tigli del bar in curva che l’estate aveva fatto orgogliosi e decolliamo nel cielo di una sera qualsiasi. Gli astanti increduli, giovani e vecchi non si capacitano, erano usciti per un gelato e si sono ritrovati al cosmodromo di Bajkonur per taluni a Cape Canaveral per tutti gli altri. Giunti al limite della troposfera ci rendiamo conto che siamo felici. Abbiamo una spedizione da fare.

Ci troviamo quel pomeriggio, caffè al bar Argentona, il posto dove si ritrovano ancora i cacciatori, gli unici veri abitanti rimasti del Padule. Si va. C’è qualcosa dentro di noi che è rimasto bambino. Siamo divertiti e con questa roba sulle spalle si sale in macchina, ci si prende in giro. Qualcuno ha pagato il caffè per tutti.

Anche quelli di noi che hanno frequentato quel luogo sembrano inesperti, siamo diventati tutti più bravi a fare altro. Si costituiscono gli equipaggi, si fanno le ultime verifiche, vola un drone, si accendono quei motori che trasformano gloriose barche di mille scorribande in malmostosi ronzinanti, ma è lo stesso. Si chiacchera, si suona, si va piano. Giampaolo racconta un po’ la geografia di questa wildness come se fosse casa sua. Si naviga verso Viareggio, lui lo sa, ci porta a vedere un capanno, ma siamo in anticipo e allora puntiamo verso una bilancia abbandonata. 

Le bilance sono degli impianti per la pesca, palafitte attrezzate con una rete che un marchingegno a manovella è in grado di far uscire dall’acqua e tradire i pesci che pensavano di essere a casa loro mentre un retino li prende e li rovescia nell’olio bollente di una pentola. Perché nelle bilance c’è una veranda dove si sta, una cucina dove si cucina, dei letti dove si dorme e ci si vuole bene nell’isolamento terracqueo. Si scende come per passare del tempo che la nostra solerzia aveva fatto abbondante, e stiamo un po’. Il tempo ci parla, succede qualcosa, nell’abbandono di quell’umano presidio che ci ritrova naufraghi, ci chiamiamo con i nomi abbreviati come fanno gli amici di sempre, anche se molti di noi si conoscono appena, è un segnale.

Conoscevamo bene questa microscopica operazione militare, credevamo di sapere tutto di una roba che molti avrebbero definito una ragazzata, il solito capriccio eccentrico per distinguersi. Ma noi no, noi abbiamo una spedizione da compiere, o meglio avevamo la convinzione di averne una, che poter attraversare questo braccio di mare rimasto intrappolato 2000 anni fa potesse farci sentire in grado di andare oltre (qui si può ridere), di governare uno scenario diverso per la nostra musica e per le nostre vite. Credevamo di poter produrre delle condizioni di un cambiamento, ma le facce dei nostri compagni di viaggio, di questo equipaggio sconclusionato, ci dicono di altro. Noi ci facciamo portare in quel presente.

Giampaolo che con la sua polo Ralph Lauren, ci racconta di una sera quando con il Maresciallo Trazzera venne a cercare della gente che s’era persa e qualcuno non sarebbe tornato da quella notte e lui era l’unico che ci poteva entrare dentro. France’ che nei suoi 75 anni pensa a quello che aveva visto da bambino in quel luogo allora coltivato e dove suo padre Beppe ci si salvò nascondendosi dai nazisti. Sandrino, Martin e Manuel sono venuti su una barca che viaggia a buonumore e si fanno abbagliare dall’orizzonte. Giuseppe si tiene stretto alle murate di quella barchetta perché non sa nuotare ma non ha detto di no, Nico fa due foto come se fosse in gita sulla Luna, Diego e Marco ci riprendono divertiti, lavorano perché tutto questo possa essere documentato, ma anche a loro questa improvvisa solitudine in cui ci troviamo avrà suggerito qualche altro luogo nella loro mente.

Queste facce superarono i nostri scrupolosi piani, ci portarono in questo “inatteso” che è quello che cercavamo, forse. La magia incalcolabile di tutte le missioni era lì con noi, proprio come nello sbarco di Ernesto Guevara a Cuba raccontato da Cortazar, noi finimmo con un bicchiere in mano e loro cambiarono la storia, ma non è quello che conta. Su queste imbarcazioni della domenica ci rendemmo conto, tutti, che per caso ci eravamo dati appuntamento con la bellezza, che stavamo attraversando un luogo in grado di colmare le normali distanze che ci tengono al sicuro anche dalle nostre idee. Pensavamo di conoscerlo e invece ci superava, dava adito alla narrazione anche di chi non era previsto.

Mi crebbe la convinzione che in fondo a loro e forse a ciascuno si può ritrovare e accendere un pezzetto buono per far ardere le esistenze.

Poi c’era esterina, in questo caso gli esterina che andavano a suonare su una barca, nell’ennesimo privilegio che la loro storia gli regalava di trovarsi nel bel mezzo di una meraviglia che era partita mezza per scherzo e mezza per stare insieme. Se lo fecero fare con la consapevolezza che, per quanto li riguardava, non avrebbero avuto altri strumenti per essere migliori di chi erano se non la loro musica, al di là, molto al di là di ogni programma.

Per Attraversare abbiamo composto e registrato due canzoni che accompagnino questo piccolo documento nella sua strada.

Sbarcammo e suonammo come se non ci fosse un domani. Perché un domani non c’è, almeno come lo pensiamo noi. 

C’è qualcosa dentro di noi che è rimasta bambina: i nostri occhi.

I suoi sognati occhi.

12
Apr
2020