Impossibile senza

N.B. È un articolo molto lungo, puoi cliccare su questo LINK per leggere meglio.

Ecco qui il blisterone delle 7 microstorie “Impossibili senza” che raccontano i concerti di Rietto attraverso le persone che li hanno resi possibili.

Arturo Pacini

IMPOSSIBILE SENZA #1

I pali piantati, le lucine, le tavole sono tutta roba sua, come lo è stata la tecnica che sta dietro ai nostri concerti, le beghe e le soluzioni di un evento un po’ al di sopra delle nostre possibilità ma che si fa e si può fare perché c’è lui. Pedana di legno fatta con i pancali secondo le sue istruzioni, impianto alla spalle del gruppo – un d&b audiotechnik – che ha regalato il più alto quantitativo di decibel pro capite mai erogata nell’estate 2020. Il microfono nuovo di Fabio, il routing digitale degli effetti, tutte le soluzioni tecniche di emergenza per portare in bòno una set up che non ha mai cessato di essere poco più che emergenziale. Anche se sembrava di essere al Primavera Sound è sempre stato un mezzo miracolo.

Partiamo da Arturo (Sallustio Pinzauti), a raccontare a puntate quello che sono stati #iconcertidirietto, e come non avrebbero potuto avere luogo se non c’era lui e se non c’erano loro. Il primo indispensabile grazie va proprio a lui, che mette paura un po’ a tutti ma che ci dice sempre di sì, più o meno via. Grazie Arthur!

La foto del nostro direttore di produzione ritratto in un raro momento di allegria è di Nico Cerri.

Andrea Marcori

IMPOSSIBILE SENZA #2

Andrea Marcori fa surf, suona la chitarra, c’ha i baffi ed è gentile. Tutti i venerdì fa l’ultima lezione al club del surf di Marina di Carrara, si toglie la muta, una doccia e salta in macchina ad aspettare in cima alla stradina di Rietto le persone che nelle settimane precedenti ha conosciuto tramite mail, Facebook o nella griglia del backend del sistema che Massimiliano ha messo a punto per raccogliere le prenotazioni sul nostro sito.

Andrea poi, s’è messo nella testa che vuole fare il discografico, occuparsi di musica, pubblicare dischi con Curaro Dischi, organizzare concerti, quelle cose lì.

Siccome la testa la tiene a mollo un mucchio di tempo nell’acqua di mare, tutti i giorni, abbiamo pensato che le sue idee fossero migliori delle nostre, come le acciughe sono più buone dei polli, le arselle delle carote. Gli diamo retta, ci ragioniamo e gli siamo grati. Ci dà una mano, dei buoni consigli e soprattutto le persone – c’è gente che poi ce l’ha detto davvero – sono contente quando c’è lui che spiega le cose, si ricorda le cose, suggerisce le cose. Ecco lui è un po’ quello che fa le cose. Anche questa irrinunciabile mistura di understatement e aplomb ha fatto così belli i nostri concerti. Grazie Andre’!

Giovanni Bianchini

IMPOSSIBILE SENZA #3

Giovanni, oltre ad essere il nostro batterista o se preferite noi la band dove lui suona la batteria, è anche un contadino. È tutta la vita che intreccia musica e coltivazioni, fatica e bellezza il tutto con una risata sulla faccia. La sua costanza e la sua forza sono leggendarie e le abbiamo raccontate sempre troppo poco.

Quando abbiamo iniziato a pensare a #iconcertidirietto gli abbiamo chiesto se poteva occuparsi, insieme a sua moglie Michela, di una piccola degustazione da offrire ai nostri ospiti. Col suo olio e con le altre cose che produce arriva con la macchina, monta un gazebo, un tavolo, ci mette la tovaglia sopra e poi le cose che la Michela ha preparato. Sale sul palco, fa il soundcheck alla sua batteria, poi torna lì dove si mette a distribuire le bruschette nelle confezioni monodose, o qualche bicchiere del suo vino che produce a Stiava, a dispensare storie, che ne sa un mucchio, perché lui è anche uno che le sa raccontare, le storie.

Anche questa normalissima e naturale accoglienza ha costruito la magia dei concerti di Rietto, fatta ci cose feriali e verissime, come le sue olive marinate. L’epilogo poi, per tornare alla narrazione della leggendaria natura del Bianchini, è che Giovanni dopo aver suonato, smonta batteria e Gazebo, la batteria lo lascia a Rietto mentre il Gazebo lo accomoda in macchina, perché più o meno sei ore dopo sarà montato in una piazza che ospita il mercato contadino di Pietrasanta. Così tutti i sabati.

Trovatene un altro.

Grazie Giova’!

Nella foto, Giovanni Bianchini nei panni di accademico del traccheggiamento, spiega al fotografo Nico Cerri  le comodità della vita moderna. La sua somma soddisfazione di cicerone della vacuità è suggellata dal fatto che, nello stesso momento, la sua band lo stava aspettando sul palco del Premio Ciampi. Sì, per suonare.

Martin e Manuel Fruzzetti 

IMPOSSIBILE SENZA #4

Ogni provincia che si rispetti, ogni contea che possa dirsi tale, ogni congrega che abbia un senso ha un bar di riferimento. Un luogo dove naturalmente ci si ritrova, ci si assembra per allontanarsi qualche minuto dalle umane solitudini che assediano le nostre sporzionate esistenze. Il bar è un dispositivo di sicurezza dell’umanità quando ci si pensa in modo collettivo. Salvagente anulare per i cittadini di Istanbul, Berna, Bologna e Milano dove si scende in strada, ci si ferma alla prima insegna accesa per una brioche d’emergenza, si prende l’ultimo caffè prima di un lungo turno in ospedale, si sbicchiera un proseccaccio perché la Juventus ha vinto – rubando ancora una volta – il campionato di serie A.  

Ma in quella porzione di terra che va dalle Apuane al Massaciuccoli, dalla Versilia a Lucca (how do you mean “Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno” ) quel salvagente anulare che porta il nome di Bar Centrale è diventato una scialuppa di salvataggio che raccoglie le anime vaghe del paese ai piedi del Monte Quiesa e poi, rispondendo ad un chiaro principio di allagamento, le terre circostanti. 

Fin qui tutto regolare e tutto bello, è che con #iconcertidirietto abbiamo verificato che Manuel e Martin, insieme alla Rossana sia chiaro, governano un natante che ha anche caratteristiche diverse da quelle del puro e semplice salvataggio. Su quella pilotina c’è nascosta una sorpresa, così come risulta inesplorata la capacità di estensione dell’antenna telescopica di una radio a onde corte o il potenziale offensivo di un contingente di pace.

Quell’innocua e modesta barchetta, pitturata con colori anche un po’ svagati, in realtà è un efficiente mezzo da sbarco, capace di movimentare truppe (i ragazzi del bar per dare una mano) libagioni (le birre mainstream e underground in un’unica ma sconquassata antologia) allegria in quantità colossali. 

Grazie a loro, tutti i nove concerti sono stati un luogo rilassato e accogliente, non solo perché da una semplicissima scatola di polistirolo, arrivata all’ultimo tuffo nel campo di Rietto uscivano birre e gazzose da bere in quella riserva e con quella compagnia, ma perché tutte quelle bottiglie sarebbero state stappate da una risata prima che da un volgarissimo cavatappi.

Grazie ragazzi!

Nella foto, di Nico Cerri, i due fratelli Fruzzetti durante l’esercitazione “Sopravvivenza in provincia senza drammi”, tenutasi nel padule di Massarosa nel 2018, nell’ambito della più vasta operazione paramilitare “Make Padule Great Again” [MPGA ndr.]

Nico Cerri 

IMPOSSIBILE SENZA #5

Come è stato constatato durante #iconcertidirietto il pubblico di esterina è vario, disorganico e imprevedibile. C’è un po’ di tutto su quelle presse, dietro quelle cuffie, e va bene. Tra gli appassionati, da qualche anno si è fatto notare, un medico. Da prima comprando tutti i dischi ad un concerto pisano, facendo capolino a Bologna durante la presentazione di CPEU, inviandoci una lunga lettera di stima e organizzando poi un paio di concerti, privati, nella sua villa di Quercianella, sotto Livorno. 

Più o meno una ventina di persone, amici, colleghi, forse qualche suo studente. In quegli anni teneva un corso all’università di Pisa quindi questa ipotesi è plausibile. In quelle due occasioni, arrivammo col nostro furgone, scaricammo i nostri strumenti, cenammo da soli in una taverna fatta tutta con legno di cipresso, mobili e pavimento, salimmo al piano di sopra dove i suoi ospiti erano nel frattempo arrivati, avevano mangiato del pesce cucinato da un cuoco di Castiglioncello e aspettavano di ascoltarci. 

Suonammo per quasi due ore, facemmo due composte chiacchere, una bevuta, rimpacchettammo tutto e ritornammo a Massarosa.

Prima di salire sul furgone, che ci aspettava carico, ripassammo da quella taverna scavata nel cipresso dove oltre il nostro misterioso amico conservava un mucchio di cose, libri, dischi, marchingegni, aeromodelli, foto, ossa, animali imbalsamati, crani, qualche strumento musicale di poco valore. Era un collezionista.

Con questo signore, perché di signore si tratta, è nato un rapporto. Strano, pieno di silenzi e qualcos’altro tra anonimato e riservatezza. Qualche mese fa poi, è tornato negli Stati Uniti dove da ragazzo aveva costruito, insieme alla sua sapienza nell’anatomo patologia in cui eccelleva, anche l’amore per la musica.

Partendo ci ha fatto recapitare una cassa, con quegli strumenti di poco conto, una raccolta – preziosissima – di pubblicazioni sul progressive italiano, un microfono Neumann U87 e un bricco indecifrabile. Sembrava un cavalletto per le moto da corsa, nuovo di trinca, ma in realtà grazie al biglietto allegato si capì, non senza sorpresa, che era un “estrattore per vitelli”, un forcipe. Il biglietto diceva: non so perché fosse tra le mie cose a Quercianella, ma so che voi potrete farci qualcosa di sensato, è un estrattore per vitelli.

Così fu. Vendemmo l’U87 e ci comprammo il nostro nuovo mixer digitale, gli strumenti “di poco conto” un po’ sono a Rietto e gli altri li abbiamo regalati, la raccolta sul progressive italiano è stata donata alla Comunale biblioteca di Massarosa dove adesso svetta tra le cose di maggior pregio. Ci voleva poco. 

Per quanto riguarda il forcipe facemmo la cosa più sensata che si potesse pensare, per davvero. Di quei due concerti a Quercianella, ma anche di altre variopinte occasioni non avevamo testimonianze fotografiche. Neanche roba fatta con telefoni marci, Polaroid, Lomo. Tutto andato perso, più o meno. Da un po’ di tempo avevamo tamponato sulla nostra provincialissima strada Nico Cerri, ex bassista, ex fotografo, ex unsaccodicose. Tutte robe finite non per esaurimento della vena, ma per pigrizia, presunti problemi di digestione, insufficienza epatica, pigrismo cronico e sonnolenza in genere. Nico stava a serate sane sul suo divano che aveva preso la sua forma. In entrambi, Nico e il divano, non c’era più posto per i suoi vitalissimi talenti. Che peccato.

Ci presentammo una sera sul pianerottolo col forcipe per vitelli. Senti, abbiamo trovato questo. O vieni con noi a farci due foto o lo usiamo per levatti di casa!

Fu più facile del previsto. Venne senza opporre resistenza solo per il fatto che oltre a pigro, anche pusillanime era ed è.

Niente di tutto questo è vero, anche se ogni tanto gli somiglia tantissimo alla vita che abbiamo fatto, che è stata bellissima così, proprio come è stato bellissimo aver avuto a che fare con Nico. Simpatico com’è, disponibile e forse anche affabile come si presenta, tanto affabile che a Rietto per assecondare le chiacchiere dei convenuti si è scordato di fare le foto. L’unica sera che è mancato abbiamo suonato male.

Negli ultimi anni ai nostri concerti c’è sempre stato, è diventato uno della banda, ha scattato migliaia di foto dove dentro ci siamo noi e che prima o poi stamperemo, per intraprendere un’altra, l’ennesima, improba impresa.

Nico non ci lasciare!

Nella foto, scattata da una delle sue bambine, fa il serio con la maglia da fotoamatore. 

Francesco Angeli

IMPOSSIBILE SENZA #6

Mick Jagger è nato 4 mesi prima, Keith Richards un mese dopo, Jim Morrison 13 giorni dopo, Jimi Hendrix un anno prima di lui mentre Neil Young due anni dopo. In quei giorni del 1943 in Italia e a Massarosa c’era la guerra, nulla da mangiare, l’occupazione tedesca e 8 mesi dopo la sua nascita sarebbero accaduti i fatti di S.Anna di Stazzema.

Francesco Angeli, il papà di Fabio, fa il fabbro e d’estate impasta i bomboloni in pineta a Viareggio, non sa suonare nulla e canta male. 

Con Pasquale Grasso, di Massimiliano il padre, ha costruito il palco de #iconcertidirietto e poi quest’estate, oltre alle sue innumerevoli cose, ha tenuto a bada l’erba e le canne di Rietto con un trattore prima e con un decespugliatore poi, le “bestie” con un insetticida una volta a settimana – per evitare che la malaria superasse in contagi il Covid – e poi varie ed eventuali: presse da coprire, pali da sistemare, i “vado a dare un’occhiata” da piazzare durante il giorno e la notte.

Senza di lui, senza di loro, non ce l’avremmo potuta fare, quindi grazie France’ e grazie Pasquale!

La foto, scattata ieri ( mentre Francesco scaricava dopo aver caricato l’impianto e tutto il corimi dietro, ci pone una domanda: i suoi clamorosi coetanei – quelli ancora vivi – ce l’avrebbero fatta a fare quello che ha fatto lui? 

Keep on rockin’ in the free world, direbbe Neil a Francesco anche se lui non lo sa e magari non sarebbe d’accordo.

Moira Incerpi

IMPOSSIBILE SENZA #7

La Moira d’estate lavora. Lavora anche d’inverno ma d’estate lavora di più. Quest’anno nella casa sulla collina, che divide con Massimiliano da anni e da dove si vede brillare il faro del porto di Viareggio, oltre a ritrovare quei muri bruciati vivi da diavolo sole, il venerdì sera, ci trovava quattro tizi sudati e maleodoranti che avevano bisogno di riposarsi ma andavano di fretta.

Se non li avesse conosciuti da anni, almeno nei primi minuti del primo venerdì, si sarebbe creduta nel bel mezzo di una rapina già fatta, roba di fuorilegge in fuga, che si fermano un minuto per affrontare il resto della notte, gli sbirri, il destino e tra non molto, una inutile evasione.

Quei tipi in mutande, ragionavano di robe andate storte, di apparecchiature che ci sarebbero volute, quello che dovevano fare, si azzuffavano a discorsi tra di loro proprio come una regolare ridda di farabutti. 

Ma lei lo sapeva da prima che quello che li faceva così stropicciati non era una normale latitanza o una taglia sulla loro testa, ma solo quell’idea che senza suonare non si può, non si deve stare. 

Ecco, forse quello che trovava in quella stanza, oltre a quegli umori veramente poco Aix en Provence, era quella sciagurata volontà di fare le cose a tutti i costi, che è vero, serve per essere dei banditi.

La Moria non ha mai fatto una piega, non una incertezza, un’esitazione. Per tutti quei nove venerdì sul fornello ha fatto trovare o un sugo appena fatto o una pasta pronta, birra gelata in frigo, pane fresco e asciugamani puliti in bagno.

Ora che ci si ripensa, a mente fredda e a palco smontato, forse non glielo abbiamo neanche mai chiesto se si poteva fare quell’appropriazione indebita, quel sequestro di persona, e soprattutto se n’aveva voglia. 

Come se fossimo i Led Zeppelin su loro ‘Starship’ l’abbiamo fatto e basta. 

La civiltà è quella cosa che sei e che fai senza che nessuno te la chieda, grazie Moira per aver creduto nella parte migliore dell’occidente, per il bagnoschiuma al pino mugo e per quel sugo con i pinoli. Noi nei panni dei barbari invasori non eravamo poi così male, dai!

Nella foto di Nico Cerri, rimaneggiata senza permessi in virtù di sole attenuanti generiche, la Moira guarda una band suonare in un celebre negozio di dischi lucchese col suo solito atteggiamento ‘laterale’.

1
Nov
2020